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LA GRANDE GUERRA SUI MONTI DEL FRIULI OCCIDENTALE

La ritirata del fronte italiano a seguito della disastrosa rotta di Caporetto vide il coinvolgimento diretto delle località montane del Friuli occidentale , dove le truppe italiane cercarono di opporre un'ultima resistenza contro l'esercito austro-ungarico prima che il fronte si attestasse saldamente sulla linea del Piave. Di quei tragici e concitati eventi dà una sintetica ma efficace descrizione Silvano Zucchiatti , alpinista pordenonese noto a tutti gli appassionati della montagna, che, illustrando alcuni itinerali escursionistici sulle montagne a noi vicine, coglie l'occasione per rievocare i fatti bellici del 1917 avvenuti nella zona . Dal libro di Silvano Zucchiatti ( Tra Piave e Tagliamento. 60 itinerari per quattro stagioni , pubblicato dalla sezione pordenonese del CAI nel 1995) riportiamo integralmente gli episodi bellici ivi descritti, omettendo solo le parti riservate alla descrizione delle escursioni.

Il 24 ottobre 1917, al far del giorno, le armate tedesche ed austro­ungariche sfondarono la linea di difesa italiana nella conca di Plezzo : per noi aveva inizio la ritirata di Caporetto che coinvolse qualche giorno dopo i monti del pordenonese .[]

La livida alba del 5 novembre 1917 vede le divisioni italiane del settore, comandate dal generale Rocca , dislocate nei pressi di San Francesco in Val d Arzino . Lo stato d' animo delle truppe era di profonda depressione e scoramento in quanto il cerchio del nemico si stava chiudendo e l' unica via di scampo era di tentar di guadagnar la salvezza lungo la direttrice Pielungo-Pradis-Clauzetto . Proprio là si svolsero furiosi combattimenti. A Pielungo il reparto del colonnello Alliney , formato dagli alpini dei Battaglioni Gemona e Monte Canin assieme a bersaglieri e cavalleggeri, presidiano il paese e dal diario di un ufficiale si legge: ˙Commovente fu l' occupazione del paese da parte del nostro Battaglione del quale parecchi erano nativi di Pielungo . Quelli del posto entravano nelle proprie case a riabbracciare i loro cari e poi in fretta tornavano in linea per continuare a combattere. Ricordo con vero orgoglio di italiano quella gente che senza paura ci seguì per un tratto di strada aiutandoci a portare i carichi e incitandoci alla lotta.

Il Monte Pala, teatro di sanguinosi scontri. Al centro, l’abitato di Clauzetto.

Gli alpini del Gemona , raggiunta nel pomeriggio la cima del Monte Pala sovrastante Clauzetto , si trovarono nella notte circondati da soverchianti forze nemiche. Tra i prigionieri ci fu anche il noto geologo prof. Ardito Desio, allora imberbe tenentino dell' Ottavo Alpini.

Ardito Desio nel 1954 organizzò e guidò per conto del Club Alpino Italiano la grande spedizione del K2, il secondo ottomila della Terra . Lino Lacedelli e Achille Compagnoni furono i protagonisti della vittoriosa conquista della vetta.

Ma torniamo al novembre 1917 e ai nostri poveri soldati incalzati dal nemico e disorientati dalla rapidità dell' azione offensiva. [ ]

Ciò che ha sempre stupito gli storici esperti in arte bellica fu la rapiditò con cui le truppe di montagna germaniche nell' autunno 1917, sfondata la linea italiana a Caporetto , raggiunsero la valle del Piave attraverso le Prealpi Carniche molto aspre e poco conosciute. Vien da pensare che per questa operazione gli stati maggiori abbiano utilizzato le preziose informazioni che gli alpinisti austriaci e tedeschi riportavano dalle loro ascensioni in questi sperduti gruppi montuosi. [ ]

Sembra incredibile che le truppe germaniche, così lontane dalle loro basi, riuscissero a passare dalla Val d' Arzino alla Val Meduna risalendo la Val Silisia fino alle Tronconere , dimostrando un' eccezionale conoscenza topografica. Eppure fu proprio così . Il reparto che effettuò questa avventurosa traversata era composto dalla Divisione Edelweiss, dalla 53° Brigata Schutzen e dal Battaglione W ttenberg . Spettò a quest' ultimo, comandato dal maggiore Sproesser , compiere l' azione decisiva a Forcella Clautana per occupare la Valcellina . La sera del 6 novembre 1917 il Battaglione W ttenberg si scontrò con le difese italiane attestate a Forcella Clautana , con alcuni reparti di alpini del Battaglione Monte Canin e bersaglieri del 16° abbarbicati sulle pendici del Monte Resettum e del Monte Dosaip che segnano il colle. All' alba del giorno seguente ci fu l' assalto frontale dei tedeschi che venne bloccato dal fuoco di fucileria. Tra gli alpini tedeschi prestava servizio un giovane tenente di nome Erwin Rommel , il futuro feldmaresciallo della seconda guerra mondiale, che tentò inutilmente di aggirare lo sbarramento su per i pendii del Resettum , ormai innevati data la stagione. Ci fu uno storico attacco notturno che viene ricordato da Rommel nei suoi scritti come uno dei peggiori della sua vita e con un interessante disegno autografo sul libro "Fanterie all attacco" ( Ed. Longanesi ).

Un'immagine recente del cimitero di Val da Ros , costruito nel 1920 per ospitare una parte delle salme di caduti, appartenenti ad entrambi gl i eserciti e solo in parte identificati, della battaglia di Pradis ( vedi ARTICOLI ).

La lapide di Forcella Clautana. Fu collocata dagli alpini nel 1912 al termine dei lavori della
strada di collegamento tra la Val Meduna e l’alta Val Cellina.

Infine gli attaccanti passarono nella giornata dell' 8° novembre e Claut e Cimolais furono occupati.

I tedeschi puntavano a Longarone ed alla Val del Piave per tagliare la ritirata alle truppe del Cadore , con una modernissima visione strategica. []

Le truppe italiane in ritirata dalla Val Cellina lasciano l' 8 novembre 1917 una retroguardia sul passo di S. Osvaldo sovrastante Cimolais , ultimo colle verso la valle del Piave. Lo sbarramento del S. Osvaldo trovava i capisaldi sul Monte Cornetto ed il Monte Lodina e per questo motivo i tedeschi tentarono l' aggiramento a destra ed a sinistra, attraverso Forcella Lodina ed attraverso casera Ferron . Durante questa operazione, risalendo verso Forcella Liron e la Val Vajont , precipitò il capitano Goessler , comandante del reparto, scivolato sulle rocce innevate per la stagione. Chi effettuò l' attacco frontale risolutore fu il tenente Rommel , futura volpe del deserto, con l' appoggio dell' artiglieria e delle mitragliatrici. In questo assalto rischiò la pelle egli stesso , come ricorda nel suo libro "Fanterie all' attacco" ( Ed. Longanesi ) e per il fuoco di fucileria dovette velocemente ripararsi fra le sbrecciate mura di una chiesetta poco sotto il passo. Vinte le ultime resistenze, la strada per la valle del Piave era aperta. Rommel si lanciò avanti manovrando audacemente, superando il baratro del Vajont ; alla sera del 9 novembre si attestò sotto Longarone per tagliare la ritirata agli ultimi italiani del 4° corpo d armata che rifluivano dal fronte cadorino . Il blocco della Val del Piave era cosa fatta.

La Grande Guerra sui monti pordenonesi era finita, ora la nuova linea si attestava sul Piave.

Articoli sulla battaglia di Pradis

Dalle raccolte di De Carli Bruno

Articolo1

 

Articolo2

 

Articolo3

Alpino o Fante?

Dai ricordi di Lodovico Guzzoni

Da quanto si può leggere in altre parti di questo libro si capisce che il locale spilimberghese "L Alpino" ha avuto un ruolo importante per il Gruppo di Spilimbergo a partire dal 1958, anno della ricostituzione del Gruppo, fino al 1984, quando cioè finalmente gli alpini ottennero una propria sede nel prefabbricato. Questa osteria, insieme all' albergo Michielini , era uno dei ritrovi scelti dalle penne nere per incontrarsi in riunioni ufficiali e non, per programmare le varie attività . Se gli alpini si incontravano spesso in un locale denominato "L Alpino" era per coincidenza, per simpatia del nome o del gestore o per disponibilità del gestore stesso a riservare una saletta per questi incontri? Probabilmente tutte queste cose insieme, ma una cosa che forse tutti non sanno è la seguente: come mai si è giunti ad intitolare un' osteria al soldato con la penna nera? Ecco la spiegazione.

Il titolare dell osteria era Afro Guzzoni , mio padre, classe 1893, il quale aveva prestato servizio militare nel 15° Rgt . Fanteria dal 1914 al 1919.

Il fante Afro Guzzoni (foto Gianni Borghesan).

Nel 1956, fiero della passata appartenenza alla fanteria, Afro, volendo dare un nome al proprio locale, si era riproposto di chiamarlo "Al Fante" . Trovò in questa decisione la contrarietà del suo compare, e grande amico, Tita Cedolin , un alpino tosto e tenace, che tanto discusse e insistette e argomentò finchè riuscì a convincere Afro a rinunciare alla sua idea e ad optare per la denominazione che conosciamo. A dir il vero l' osteria ebbe in verità una doppia denominazione, poichè a Spilimbergo molti avventori continuarono a chiamarla semplicemente "da Afro" .

La gestione dell' osteria è poi passata nelle mie mani; portai avanti l' esercizio, con l aiuto dei familiari, e soprattutto di mia moglie Liliana, fino al 1987. Ora l' osteria, profondamente ristrutturata, ha esteso la sua attività , diventando anche ristorante ed albergo, ma i nuovi gestori hanno preferito recuperare e utilizzare la denominazione popolare "da Afro" . Ciò non toglie che tutti ricordano che a Spilimbergo c'è un locale che si chiamava "L Alpino" , nome attribuitogli in onore dei molti alpini di Spilimbergo e del territorio circostante che hanno saputo distinguersi sia nel servizio militare che nelle opere di pace.

La rifondazione

Dai ricordi di Lodovico Guzzoni

Come già altrove ricordato , la grave crisi economica del dopoguerra aveva ridotto ai minimi termini la consistenza numerica dei componenti del Gruppo e aveva cancellato quasi completamente le attività . La ripresa avvenne solamente alla fine degli anni Cinquanta.

La storia ufficiale del Gruppo di Spilimbergo spiega che la ricostituzione, avvenuta nel 1958, è opera di un gruppo di alpini capitanati da Giobatta Cedolin , divenuto poi capogruppo, coadiuvato da Davide Zannier , subito nominato segretario. Quello che invece i documenti non dicono, è  il ruolo propulsivo per la rinascita che ha avuto Anacleto Giavino , allora vice presidente sezionale. Il Giavino , residente a Fiume Veneto, aveva sposato una signora nativa di Pradis e durante la bella stagione i due coniugi andavano, alla domenica, a trovare i parenti nel paese natale della moglie. Passando per Spilimbergo , avevano l' abitudine di fermarsi all' osteria "L Alpino" per bere un bicchiere e scambiare due chiacchiere con i gestori. I discorsi cadevano immancabilmente sugli alpini e sull' attività che la sezione di Pordenone e i Gruppi che la formavano periodicamente organizzavano.

Un passaggio della sfilata tenutasi il 15 agosto 1958, una delle manifestazioni indette per solennizzare la ricostituzione del Gruppo di Spi limbergo .

I discorsi di Giavino terminavano regolarmente con un invito e una sollecitazione a darsi da fare per riorganizzare il Gruppo di Spilimbergo , garantendo un interessamento e un aiuto della Sezione per avviare i primi passi. A questi incontri informali alle volte partecipavano anche altri alpini, e a forza di parlarne, di promettere aiuto e di decantare le soddisfazioni che gli alpini organizzati traevano dalle loro attività , i nostri si convinsero e il 2 marzo 1958, alle ore 10, si organizzò un primo incontro ufficiale all' albergo Michielini , dove parteciparono rappresentanze dei Gruppi di Maniago e di Fiume Veneto e i nostri Giobatta Cedolin, Davide Zannier , Giovanni Teia , Mario Soler, i fratelli Manlio e Nello Michielini e altri amici, tra cui il sottoscritto. I rappresentanti dei due gruppi ospiti dovevano garantire, per i primi momenti, un' assistenza di carattere burocratico.

Da quella riunione nacque il Gruppo promotore che cominciò a raccogliere nominativi di alpini e convocò la prima assemblea. Il gioco era fatto: il Gruppo Alpini di Spilimbergo era risorto.

 

 

 

Il veglione di carnevale

Da alcune note trovate in calce a documenti del 1973

L'invito al veglione del 1973.

Un modo per stare insieme in allegria, e nello stesso momento trovare risorse per il finanziamento delle attività sociali del Gruppo, era l' organizzazione di veglioni danzanti a carnevale. Per l' anno 1973 il veglione si decise di farlo a Gaio nel dancing "Al Giardino" . Nelle riunioni che precedettero l' appuntamento "mondano" gli alpini si divisero gli incarichi: c' era chi doveva ingaggiare l' orchestra e pagare le tasse alla SIAE, chi si occupava dell' addobbo, chi di trovare, presso le ditte e i negozi di Spilimbergo , i regali che sarebbero serviti per la lotteria finale, c' era da provvedere al servizio di guardaroba e a tante altre necessità che si presentano in queste occasioni.

Finalmente arrivò la sera del veglione e si registrò un ottimo successo: il guadagno netto fu di 150.000 lire, una cifra rilevante se si pensa che tutto il tesseramento in quell' anno aveva prodotto un incasso lordo di 400.000 lire.

Nel trarre il bilancio della serata, il capogruppo Zannier annotò diligentemente: ˙presenza ottima e irreprensibile, orchestra deludente e troppo rumorosa, l' addobbo poco curato per mancanza di volontari, il guardaroba lascia a desiderare e va curato meglio, la spaghettata prevista con un sovrapprezzo di 400 lire è  riuscita bene, l' ingresso era ben controllato, servizi ai tavoli sufficienti, premi della lotteria ottimi e abbastanza per accontentare molte persone, i prezzi d ingresso al limite, forse proibitivi per un alpino con reddito medio, (erano di lire 4.000 per gli uomini e 2.000 per le signore), l' obbligo dell' abito scuro probabilmente ha condizionato più di qualche alpino. Le ultime note del capogruppo erano un promemoria per il futuro veglione, da discutere in consiglio: ˙se autorizzare o meno l' uso di coriandoli e stelle filanti e ritardare l' orario delle estrazioni dei premi.

Come si può notare, con l' intento di fare sempre meglio, è la cura dell' organizzazione studiata fin nei minimi dettagli.

 

La pedalata

Dai ricordi di Bortolo Pessotto

Era l' agosto dell' anno 1943 e il sottoscritto, alpino Bortolo Pessotto , classe 1923, allora abitante in via Barbeano , apparteneva al Btg. Gemona , che si trovava nella caserma di Tricesimo . Il battaglione, decimato da perdite consistenti (basti pensare all' affondamento della "Galilea" ) era da poco tempo rientrato dalla Slovenia italiana per fondersi col Btg. Val Fella al fine di ricostituire un reparto più consistente.

I soldati erano in attesa di ripartire per una destinazione ancora ignota, quando si seppe che la partenza era prevista per l' indomani pomeriggio. Pensai che non avrei avuto in seguito un' occasione propizia per rivedere i miei familiari, e quindi decisi di approfittare della giornata libera da servizio per cedere alla tentazione di recarmi a Spilimbergo , pur senza chiedere il permesso ai superiori,permesso che certamente non mi sarebbe stato concesso.

 

Il socio Bortolo Pessotto .

Così , insieme al commilitone di Barbeano Pietro Francesconi , decisi di "scappare" . Raggiungemmo dapprima Udine in treno e lì poi cercammo una bicicletta da affittare. Succedeva che anche molti altri militari avessero avuto la stessa idea, così che noi due, esaurite la biciclette a disposizione, dovemmo accontentarci di noleggiare un tandem. Partimmo di buona lena da Udine verso casa. Si sa che a pedalare si suda e che bisogna reintegrare i sali minerali persi, così decidemmo di fermarci in un' osteria di Martignacco per riprenderci un po .

Quando ripartimmo ci accorgemmo che la pedalata era diventata molto più faticosa, come se fossimo in salita. Imputammo la causa di questa inattesa fatica al vino bevuto, che probabilmente non era dei migliori e aveva perciò influito sulla nostra forma fisica, oppure l' ultimo bicchiere forse era stato di troppo. C era anche una terza ipotesi che era venuta in mente a ciascuno dei due, ma che nessuno manifestava: il compagno faceva il furbo e fingeva "solo" di pedalare.

Ad ogni modo non ci curammo più di tanto: a vent' anni la fatica non è un grosso problema, e pedalammo fino a Dignano . Giunti sul Tagliamento, controllando meglio la bicicletta, ci accorgemmo che, da quando ci eravamo fermati all' osteria, i freni posteriori erano rimasti bloccati, e avevamo fatto tutta la strada rimanente in quelle condizioni. I gommini dei freni erano quasi del tutto consumati ed il cerchione era talmente caldo che ci si poteva accendere una sigaretta.

 

I primi lanci di un alpino paracadutista

Dai ricordi di Renato Camilotti

Da oltre cinquant' anni alle varie specializzazioni delle truppe alpine si è aggiunto anche il paracadutismo, e alcuni soci del nostro Gruppo hanno militato in questi reparti.

Chi intende fare questa esperienza deve seguire il corso di paracadutismo alla Scuola militare di Pisa. Quando ci si addestra per i primi lanci, la retorica della Scuola recita che il primo lancio è come il primo bacio della morosa. Sarà anche così , ma nei miei ricordi non c'è stato un nesso evidente tra primo bacio e primo lancio, forse perchè il primo bacio è  talmente lontano nel tempo che il ricordo è un po' sbiadito, o forse perchè il primo lancio è stato, dal punto di vista emotivo, un disastro.

Al tempo del mio addestramento gli aerei usati per i lanci erano dei bimotori ad elica con doppia coda chiamati C119, molto rumorosi e traballanti, che mi facevano venire il mal di mare. Nel periodo invernale la Scuola usava un campo di lancio più piccolo di quello estivo, le cui dimensioni non permettevano di lanciarsi a più di quattordici uomini per volta, sette per ognuna delle porte laterali dell' aereo, per non correre il rischio di finire fuori campo. Per questo motivo l' aereo, dopo aver imbarcato tutti gli allievi paracadutisti, era costretto a fare più passaggi. Io ero tra quelli che si sarebbero lanciati per ultimi. Al primo passaggio, usciti i primi quattordici uomini, il direttore del lancio, normalmente un maresciallo (che ti dà il via e che, se esiti, ti dà una spinta "esortatrice"), si girò verso di noi e con un gesto eloquente (il pugno chiuso e il pollice alzato) ci segnalò che tutto era okay. Ma il nostro pensiero unanime fu: "Anche se sono tutti morti sfracellati non ce lo direbbe mai". Per fortuna, mentre l' aereo virava per ritornare sopra il campo di atterraggio, dalle porte spalancate si poteva vedere sparsi per il cielo tanti batuffoli bianchi (così ci apparvero i paracaduti aperti) e questo ci rincuorò non poco.

 

Un lancio di alpini paracadutisti a Casera Razzo.

Quando venne il mio turno di lancio le gambe erano talmente molli che mi ci volle uno sforzo di volontà per arrivare alla porta. Non sentii il segnale del direttore di lancio e mi trovai fuori dell' aereo senza capire cosa fosse avvenuto. Per fortuna il paracadute si aprì bene da solo, altrimenti non sarei stato in grado di aprire il paracadute di emergenza. Nell' uscire avevo preso tanto avvitamento: le funi erano tutte attorcigliate facendomi girare come una trottola, prima da una parte e poi dall altra. Quando le funi furono sbrogliate, finalmente mi resi conto di veleggiare in un silenzio celeste. La gioia durò pochi secondi perchè una voce, resa gracchiante da un megafono, mi richiamò subito alla realtà dandomi ordini su come prepararmi alla caduta, la quale fu esteticamente rovinosa ma senza conseguenze, tranne le insolenze dell' ufficiale che coordinava il campo di lancio.

Il secondo lancio ebbe una storia diversa, e solo la fortuna dei neofiti impedì che diventasse una tragedia. Eravamo all aeroporto San Giusto di Pisa in attesa dell' imbarco. Un direttore di lancio richiamò rudemente un mio commilitone, intimandogli che, se indugiava sulla porta dell' aereo prima di lanciarsi, come aveva fatto il giorno precedente, lo avrebbe tirato indietro, impedendogli il lancio, e conseguentemente lo avrebbe spedito a qualche reparto di fanteria. Se si era cacciati dai paracadutisti, oltre all' umiliazione per non avercela fatta a superare le prove, si perdeva anche l' indennità di lancio, che per noi era una bella cifra, tale da permetterci di passare il periodo di naia senza problemi economici. Sentendo il discorso del graduato dissi a me stesso: "Io non mi far cacciare" .

Quando ci imbarcammo, mi accorsi che il commilitone precedentemente richiamato aveva il turno di uscita dall' aereo uguale al mio, solo sull' altra porta. Giunto il momento di uscire, mi buttai senza indugio. Fuori, invece di trovarmi all' aria aperta, mi trovai avvolto in qualcosa di bianco, senza capire che cosa fosse . In pochi secondi il mio cervello cercava di darsi una spiegazione razionale di quello che mi stava succedendo, senza riuscirci. Pensai anche di essere morto e che quel bianco che mi avvolgeva fossero le nuvole del paradiso. Ad ogni modo mi dissi: ˙Paradiso o no, attendo ancora qualche secondo e poi tiro la maniglia del paracadute d emergenza. Non servì arrivare a ciò perchè il paracadute dorsale si dispiegò bene e cominciò la lenta discesa, ma, dopo pochi attimi, arrivai con i piedi sulla calotta di un altro paracadute, più lento nella discesa del mio, che evidentemente sorreggeva un paracadutista più leggero di me. Camminai sulla calotta tesa e ripresi a scendere senza più problemi.

Nelle settimane seguenti ragionai molto sull' accaduto prospettandomi diverse possibili spiegazioni. Probabilmente il commilitone, che era una persona minuta e leggera, uscendo dalla porta opposta alla mia, aveva ritardato un attimo l' uscita, oppure io, per paura di essere richiamato, avevo anticipato il salto: basta un attimo di scoordinamento e, visto che dall' aereo escono due persone intervallate di mezzo secondo, invece di trovarsi liberi nell' aria si rischia di incrociare il compagno dell' altra porta. Questo può provocare seri incidenti, quali darsi delle tremende testate con l' elmetto, oppure impigliarsi nei fasci funicolari impedendo ai paracadute di aprirsi, e precipitare così tutti e due a terra. Nel mio caso forse era successo che mi ero infilato all' interno della tela del paracadute che mi aveva preceduto, per fortuna senza impigliarmi. Il mio paracadute si aprì , la discesa rallentò la corsa e anche l' altro paracadute si dispiegò sotto di me calando dolcemente verso terra.

Anche il terzo lancio ha avuto una storia che forse merita di essere raccontata. Sempre all' aeroporto di Pisa, i paracadutisti, per i preparativi al lancio, si mettono in coppia e uno controlla l' imbracatura all' altro. A me capitò di far coppia con un anziano sottufficiale della Folgore e, fra le tante cose, il graduato si informò della provenienza dell' occasionale compagno. Saputo che abitavo a Sacile , il maresciallo si complimentò con me, confidandomi che conosceva bene la cittadina, che vi aveva trascorso un lungo periodo da militare in carriera e che serbava un bel ricordo anche della popolazione.

Intanto il tempo passava e l' ordine d' imbarco tardava a venire. Il maresciallo, dopo aver preso informazioni sul perchè del ritardo, mi spiegò che i responsabili dell' esercitazione erano incerti se procedere con il volo e i successivi lanci oppure rinviare tutto a causa del forte vento che caratterizzava la giornata. Alla fine si decise di partire. Mentre salivamo nell' aereo, l' esperto graduato mi disse: ˙Stai attento: quando c'è tanto vento e sei per aria e stai per finire contro un ostacolo pericoloso, inutile contrastare il vento per evitare il pericolo, molto meglio assecondarlo e superare l ostacolo . Il paracadute che si usava a quei tempi non si poteva dirigere, se non di poco, con qualche lieve spostamento, proprio per evitare di finire sugli alberi o in qualche buca.

In quel lancio ero capitato nel primo turno, e dopo mezz' ora di volo mi lanciai insieme ad altri tredici paracadutisti. Anche gli aerei che seguivano lanciarono i primi gruppi. Nel frattempo il vento era aumentato e spingeva tutti ai limiti del campo di lancio. Il mio paracadute puntò in direzione di un largo e fangoso fossato che delimitava un lato dell' area destinata all' atterraggio. Nonostante il tentativo di rimanere all' interno dell' area, la traiettoria del volo non cambiava: ero destinato a fare un bagno fuori stagione in acque maleodoranti. Solo all' ultimo istante, ormai a pochi metri da terra, mi ricordai del consiglio del maresciallo. Tirando le funi inclinai la calotta del paracadute in modo che il vento si insaccasse all interno, passai quasi raso terra sopra il fossato e atterrai in un campo di granoturco, che, trascinato dal vento, distrussi per qualche decina di metri. Per fortuna le pannocchie erano già state raccolte e sul campo si trovavano solo le canne spoglie.

La maggior parte dei paracadutisti lanciati in quel passaggio fin fuori zona, per cui si sospesero i lanci e gli altri ritornarono all' aeroporto di partenza.

Per la cronaca, i lanci successivi, compresi quelli in montagna, non ebbero storia degna di nota.

La promessa mantenuta

Dai ricordi di Bruno De Carli

Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, e precisamente tra il gennaio e l aprile del 1945, anche Spilimbergo veniva sovente presa di mira dagli aerei anglo­americani che cercavano di arrecare il maggior danno possibile all' esercito tedesco. I bersagli erano soprattutto la polveriera di Tauriano , il ponte sul Tagliamento e qualche treno militare in sosta nella stazione ferroviaria.

All' avvicinarsi delle incursioni aeree suonavano le sirene per l' allarme, e la popolazione si riparava come meglio poteva. In tali occasioni la mia famiglia, me compreso, che allora avevo poco più di un anno, si rifugiava in un luogo ritenuto sicuro, non distante dall' abitazione e quindi raggiungibile in breve tempo. Si trattava di una sorta di bunker situato nell' area dell' allora impresa di costruzioni Mirolo , oggi magazzino di materiali per l' edilizia Fadalti . Molte erano le persone del vicinato che raggiungevano quel luogo, tra le quali la signorina Novella Cantarutti , mia madrina, divenuta poi famosa come poetessa e come personaggio di spicco nella vita culturale del Friuli .

La Madonna col Bambino realizzata da Angelo De Carli.

In quei momenti di paura e di trepidazione mio padre Angelo, valente mosaicista, promise che, se fossimo usciti incolumi dai pericoli costituiti dalla guerra e dai bombardamenti, avrebbe realizzato un mosaico, quale voto alla Madonna, da collocare proprio in quel luogo che ci vedeva così spaventati per il nostro futuro.

La guerra terminò e per fortuna la nostra famiglia non ne ebbe dolorose conseguenze. Mio padre mantenne la promessa e, al termine delle ostilità , realizzò l' opera, un quadro in mosaico che raffigura una Madonna col Bambino. In seguito mio padre mi rivelò di aver preso lo spunto per il soggetto vedendo mia madre che teneva in braccio me, allora così piccolo .

Il quadro è ora visibile sull' angolo del muro dove inizia il Vicolo della Ferrovia, proprio di fronte all' ingresso della ditta Fadalti .

Il marchese del Po (investitura sul campo)

Dai ricordi di Renato Camilotti e Toni Soler

Dopo i tre giorni euforici dell' adunata di Genova del 2001, tutti i partecipanti della spedizione si aspettavano un rientro a Spilimbergo , se non proprio mesto, di ordinaria amministrazione, probabilmente ravvivato solamente dalla tappa prevista per il pranzo in un ristorante sulla strada del ritorno. Invece non è andata proprio così , poichè ci sono stati alcuni imprevisti che hanno animato la giornata.

Il ristorante prenotato si trova sulle rive del Po, in provincia di Piacenza. Il locale in un edificio isolato in mezzo alla campagna, e il piano terra quel giorno era inutilizzabile perchè devastato, appena venti giorni prima, dalla piena del fiume. Nell' attesa che il pranzo fosse pronto i nostri alpini gironzolavano per il cortile. Qualcuno, incamminandosi verso le rive del Po distanti qualche centinaio di metri, si imbattè in un ciliegio con succosi frutti maturi. Fermarsi e cogliere qualche ciliegia fu tutt' uno , e pian piano il cortile del ristorante si svuotò e le mani alzate verso il ciliegio si moltiplicarono, lasciando ben presto i rami più bassi completamente spogli delle deliziose primizie.

Il capogruppo Lodovico Guzzoni assieme al marchese Davide Pozzi di Tornese (a destra nella foto).

Finita l operazione ciliegio, tutti entrarono nella sala da pranzo finalmente imbandita al primo piano dell' edificio. Il pranzo che seguì fu un vero banchetto, sia per la qualità che per la quantità . Molti fecero replica mangiando l'inverosimile e anche il vino dell Oltrepò Pavese scorreva allegramente.

Non si può certamente dire che non abbiamo dato soddisfazione al cuoco, nonchè titolare dell' esercizio, il quale, coinvolto dal clima festoso che aleggiava in sala, ci invitò alla festa del vicino paese e insistette affinchè accettassimo. Avendo ancora un po di tempo a disposizione prima del rientro a Spilimbergo , accettammo l' invito, e così , risaliti in corriera, seguimmo Lillo (così si chiamava il ristoratore) trasferendoci di qualche chilometro.

Il paese era molto piccolo: alcune case, una chiesa sconsacrata dove era stata allestita una mostra di pittura, un chiosco con cibi e bevande allestito nel piazzale, pronto per il rinfresco che ci sarebbe stato dopo l' inaugurazione. I paesani fecero subito un'accoglienza festosa a quelle cinquanta allegre persone che scendevano dal pullman e, pur poco abituati a vedere alpini (si tenga presente che eravamo nel mezzo della pianura padana), sapevano già che agli alpini piace mangiare, bere e cantare. Fummo ripresi anche dalle telecamere dell' emittente regionale Rai Tre Lombardia.

Gli onori di casa furono fatti dagli organizzatori della festa e dagli artisti della mostra. Tra tutti si distingueva un curioso personaggio vestito con una divisa di foggia settecentesca trapuntata di stemmi e decorazioni. Egli si presentò come ˙sua eccellenza il marchese don Davide Pozzi di Tornese, conte di Santa Maura, barone di San Floriano, signore di Azzanello ed Acqualunga , N.H. della nobiltà civica della Città di Cremona, membro del Corpo della nobiltà napoleonica in Italia.

Al momento del taglio del nastro per l' inaugurazione della mostra, a qualcuno degli organizzatori venne in mente di chiederci, in quanto alpini, di eseguire qualche canto di montagna. Pur presi alla sprovvista, pur con molti di noi in difficoltà per il troppo mangiare e bere, un gruppo di volonterosi riuscì ad intonare "O ce biel cjiscjel a Udin" e " Stelutis alpinis" . Applausi scroscianti hanno gratificato gli improvvisati cantori.

Dopo il ˙ concerto¬ , tutti ai chioschi. Anche se eravamo reduci dalla pantagruelica mangiata al ristorante, ci fu tra noi chi ebbe il coraggio di mangiare ancora porchetta (preparata da Lillo) e uova sode, innaffiando il tutto con altro vino.

Alla fine gli organizzatori della festa si complimentarono con noi e ci ringraziarono per aver animato la giornata. Il marchese don Davide Pozzi ( eccetera eccetera ) in segno di stima e amicizia nominò Lodovico Guzzoni , nostro capogruppo, "cavaliere del serenissimo Ordine militare e nobiliare di Clermont", un ordine cavalleresco sorto durante le crociate.

E così il Gruppo alpini di Spilimbergo tra i suoi componenti annovera anche un cavaliere di nomina nobiliare.

 

L'abbraccio nell'isba

Dai ricordi di Giuseppe Ostolidi

Quando eravamo sul fronte russo, la Julia si era assestata sul Don, dove avevamo costruito trincee e ripari per proteggerci dai due pericolosi nemici: l' esercito sovietico e l' inverno russo. Verso la fine del 1942 la divisione fu spostata da lì per arginare una falla che i russi avevano aperto nello schieramento italiano. Nella nuova sistemazione abbiamo dovuto operare in condizioni estreme, senza poter provvedere a costruire pur minimi rifugi. Non avendo potuto predisporre trincee e altri ripari dal freddo, ci insediammo nelle isbe del luogo, con l' ordine di allontanare i civili russi dalle loro abitazioni, anche per non coinvolgerli nei combattimenti.

L' isba che assegnarono a me e alla mia squadra era abitata da una giovane signora con due bellissimi bambini. Questa donna non volle saperne di andarsene, dicendo che voleva restare nella sua casa in attesa del marito, che altrimenti non l' avrebbe trovata.

«Non avendo potuto predisporre trincee e altri ripari dal freddo, ci insediammo nelle isbe del luogo».

Così rimase con noi. La trattammo sempre con molto rispetto: lei e i bambini dormivano nel loro letto, mentre noi ci sistemavamo per la notte come potevamo, anche sul pavimento. Con questa famigliola dividevamo i pasti, mettendo in comune tutto quello che avevamo, da entrambe le parti.

Quando qualcuno di noi leggeva la posta arrivata dall' Italia, lei piangeva e ci diceva che eravamo fortunati ad avere notizie dei nostri familiari, mentre lei erano circa due anni che non aveva notizie del marito, che forse era morto o prigioniero da qualche parte.

Un giorno arrivò nell' isba un russo, e capimmo che era il marito, finalmente ritornato a casa. Potete immaginare la felicità di quella famiglia. Dopo i baci e gli abbracci, marito e moglie parlarono a lungo tra loro, e capimmo che stavano parlando principalmente di noi.

La nostra squadra era comandata da un sergente, ma all' interno dell isba ero io ad essere considerato il capo. Mentre i due russi parlavano tra di loro, ogni tanto mi additavano. Un mio compagno, un po preoccupato, mi disse: ˙Attento, Bepi, che quell' uomo ce l' ha con te, e magari vuol farti del male . Infatti, ad un certo momento, l' uomo si avvicinò a me, ma fu per abbracciarmi e dimostrarmi così la sua gratitudine per l' umanità con cui avevamo trattato i suoi familiari.

 

La guardia imperiale

Dai ricordi di Franco Lunari

Negli anni 1959-60 mi trovavo in Iran per decorare con mosaici alcuni palazzi importanti di Teheran , tra cui la banca nazionale, il senato e la sala da pranzo ed un tinello del palazzo imperiale, sede dello scià di Persia Reza Palhevi .

Per accedere a quel lavoro mi erano stati richiesti una serie di attestati di buona condotta: uno del sindaco, uno del parroco ed anche uno del vescovo.

Ogni giorno per entrare nel palazzo ero perquisito minuziosamente dagli agenti della guardia imperiale e periodicamente lo scià , insieme all architetto francese responsabile dei lavori, veniva a controllare lo stato dell' opera.

Non si può dire che avessi un rapporto personale con la massima autorità iraniana, poichè un re non può intrattenere rapporti con persone di rango inferiore, a meno che non appartengono alla sua corte, ma si capiva che era soddisfatto dell' opera e aveva stima ed ammirazione per l' esecutore.

Fuori dal palazzo non avevo molte libertà di movimento: non potevo andare in autobus ma solo in taxi, non potevo intrattenermi con sconosciuti o girare liberamente per la città . Nonostante queste limitazioni, strinsi amicizia con il comandante delle guardie imperiali, il quale una sera mi invitò a cena a casa sua. Conversando del più e del meno, si parlò anche del mio periodo di servizio militare svolto nel corpo degli alpini. Il comandante era molto interessato a questo discorso e quando seppe che avevo portato con me il cappello alpino, perchè non volevo mai separarmene, lo volle vedere e poi se lo fece regalare per ricordo.

La foto ufficiale della famiglia dello scià di Persia. Alla sua sinistra la bellissima moglie Farah Diba.

Nel 1967 lo scià si incoronò re dei re (questo era il titolo che gli spettava per diritto dinastico) e per l' occasione volli fargli pervenire una lettera di felicitazioni. Per non rischiare di farla cestinare dagli addetti alla segreteria, chiesi al Prefetto di Pordenone di poter utilizzare la carta intestata della prefettura della Repubblica Italiana.

Qualche mese dopo, attraverso l' ambasciata iraniana di Roma giunse la risposta, dove mi si ringraziava per i graditi auguri, con una foto ufficiale della famiglia reale.

Ricordo molto volentieri il periodo della mia permanenza a Teheran , e mi fa piacere pensare che forse qualche volta il comandante della guardia imperiale montava di servizio con il mio cappello piumato in testa.